martedì 20 dicembre 2016

La Paura



La Paura

La globalizzazione, l'uniformità non sono tentativi di manipolazione pratica e ideologica da parte di piccoli gruppi elitari, bensì la disperata ricerca di sicurezza e soppressione della paura da parte della massa.

La paura nella società moderna.

Paura di fallire, paura di uscire dal proprio guscio
Paura di essere assaliti e feriti per le strade
Paura di perdersi in un posto sconosciuto, per questo le grandi catene multinazionali offrono consolazioni e tepore adeguato.
Paura di non essere accettati per i nostri vestiti, per i nostri comportamenti.
Paura del diverso che si accompagna alla pigrizia e allo sforzo della conoscenza.
Non diventiamo più stupidi e ignoranti per una degenerazione imposta o congenita, questo accade perché cerchiamo di ridurre al massimo il ruolo della paura.

La paura dell'astinenza e la paura del consumo, la paura di non riuscire a colmare quel voto che alimenta la paura.

Non è l'avarizia, la ricerca del successo, felicità o il sesso ma la Paura il nostro peccato originale.
La fontana nella quale veniamo imbevuti prima ancora di vedere la luce è quella del buio della paura.

L'alienazione e la socialità, la violenza che cerca di unirci, le classi e la divisione del lavoro non sono altro che i gradini di una scala che ci possono, aleatoriamente o illusoriamente, allontanare dalla paura.

Il terrore della decadenza e il culto del pessimismo occidentale da Spengler ad Adorno, da Gobineau a Hitler, l'illuminismo teorico di Voltaire od empirico di Newton e Smith non sono altro che corse e spiegazioni, rincorse e soluzioni alla paura.

Ad negationis, la teologia negativa, ogni approccio di conoscenza negativo, partendo quindi da ciò che non è e non può essere, è invece il pensiero di chi scavalca la paura come un salto equestre.

La spinta consumistica trova nella paura, attraverso l'induzione del bisogno e il "manufactured consent" di Wright Mills o Marcuse il suo più grande alleato.
Non è però un piano o complotto misterioso che costruisce e preme su di noi affinché consumiamo ciò di cui non abbiamo bisogno alla Hidden Persuaders di Vance Packard, ma una stimolazione volontaria per esorcizzare quel nostro male intrinseco che è la paura.

In questo senso, la globalizzazione e massificazione, sono dei mezzi per ridurre la paura. La distruzione della spiritualità e unicità dell'individuo affogato in questo immenso oceano totalizzante sono effetti collaterali.

Effetti collaterali e paradossi della paura che alimenta se stessa li troviamo anche nella violenza esercitata per uniformare le civiltà diverse dalla nostra.

Violenza che viene contrastata dalle continue rassicurazioni e campagne sul rispetto delle diversità per razza, religione od orientamento sessuale.

Anche in politica è la sicurezza, prima ancora del benessere, il cardine primario sul quale avvengono le convergenze e gli scontri più aspri, spesso i ministeri degli interni o homeland sono i banchi di prova più duri ed imprevedibili per tutti i grandi leader, proprio perché i più prossimi alle paure ataviche e agli istinti primordiali.

Le teorie sulle realtà razziali in Europa di Lothrop e Stoddard, l'antisemitismo millenario dagli antichi Egizi a Houston Chamberlain da Edoardo I ad Hitler non è altro che la reazione ad una paura.

Anche sul Nazismo si può per assurdo pensare non abbia agito, dal proprio punto di vista, in maniera sbagliata, erano veramente convinti delle teorie di Gobineau, Oswald Spengler e del circolo di Bayreuth, erano veramente convinti che la civiltà occidentale fosse in declino e che l'imbastardimento della razza Ariana, aristocratica e primogenita, avrebbe portato alla fine del mondo.

Erano convinti di avere una soluzione alla paura che le teorie dell'evoluzione, e quindi anche decadenza, avevano portato nel continente.

Così come anche le rivoluzioni comuniste i suoi pogrom, che hanno massacrato fisicamente e psicologicamente milioni di persone in nome dell'uguaglianza.

Ancora ed anche qui, la paura della diversità.

Di cosa abbiamo paura è la prima domanda,

Perché è la seconda ma a questa nessuno può rispondere a fondo, nemmeno la fede.
L'esistenza stessa della fede è la dimostrazione della paura senza la quale non avrebbe senso.

Nella storia dell'uomo la paura è quindi lo scomodo compagno di viaggio delle nostre scelte.
Meglio non appaia però, meglio non nominarlo, meglio nasconderlo.

Fino a che punto siamo disposti ad arrivare, quanta libertà, tempo, lavoro e denaro siamo disposti a concedere per non vivere nella paura, nella paranoia e nel terrore.

Qual è il bilanciamento da raggiungere, come in un compromesso sentimentale o una negoziazione di lavoro.

La città illuminata a gas di Baudelaire o il Mhagonny di Brecht, così come la giungla di Conrad sono lo sfondo e il palcoscenico sul quale le nostre paure prendono vita.

Anche negli Uccelli di Aristofane i protagonisti vogliono scappare dalla crudele terra Spionía, di Clessídra descritta dal coro prima delle nozze come una perfida genía.

Non è solo il ruolo dell’amigdala che qui interessa ma la parte più vicina alla psicologia individuale e collettiva che la paura ricopre come lato imprescindibile della nostra esistenza.
D’altra parte la Paura è quella sensazione che ci mantiene in vita, che ci permette di esistere insieme agli altri.

Durante il risveglio, ripreso in ogni momento, l’espressione di un pensiero si muove sopra il nostro tempo.

L’individualità di ogni esistenza che Einstein ha definitivamente consegnato al mondo fattuale vive in contrasto con le attività uniformanti del mondo moderno.

Ma allora questo contrasto non è forse un tentativo di non volere accettare una realtà ?
Ogni essere umano ha un suo spazio-tempo e una sua unica percezione di questo, siamo soli, e questo viaggio chiamato vita è un’esperienza, che ci piaccia o no, solitaria.

Allo stesso tempo i nostri simili provano emozioni, in momenti e modi differenti, simili alle nostre e questo ci permette di relazionarci con il prossimo, perfino ad innamorarci e credere quindi di potere congiungere la nostra percezione dello spazio-tempo con quella di un altro individuo.
Creando una solitudine a due, il resto del mondo fuori.

Eventualmente ogni amore finisce e si trasforma nel migliore dei casi in rispetto e compagnia durante questo viaggio, non è possibile unire la nostra percezione del tempo e dello spazio a quella di nessun’altro, eccezion fatta per il neonato in grembo materno.
Allora la ricerca dell’uno, del mondo globale, della connessione e unione continua, cosa sono se non movimenti di una paura collettiva che cerca di porre o ridurre al minimo la propria precaria condizione.

Visioni pessimistiche sul futuro dell’uomo sono vittime della paura mascherata da realismo, visioni ottimistiche sul futuro dell’uomo sono vittime della speranza mascherata da realismo.
Da qui arriviamo all’antitesi tra civilizzazione e cultura di Norbert Elias, al processo di civilizzazione e al contrasto tra paura (cultura) e speranza (civilizzazione).

In ogni essere umano sono presenti queste due componenti di pensiero in contrasto tra loro, la fiducia e l’illusione di un mondo migliore e unitario senza più barriere né confini e l’amara considerazione della decadenza di una società che uniformandosi e mescolandosi perde la sua purezza originale.
Condannandosi all’involuzione di Charles Darwin, ogni specie si evolve ma in determinate condizioni questo processo è logicamente reversibile e trasformabile nel declino ed estinzione.
La ricerca delle cause che possono portare la nostra civiltà sulla strada della degenerazione e del declino è la spinta motrice, nel nome di un ipotetico futuro migliore, di alcune delle più grandi stragi e massacri della storia dell’uomo.

E’ anche la spinta motrice per molte ideologie che dovrebbero e o avrebbero dovuto, preservare e accrescere l’evoluzione della specie.

La verità è che solo la paura ci porta a pensare sia possibile sconfiggere se stessa, non è possibile vivere senza la paura come non è possibile pensare ad un ordine mondiale che non abbia al suo interno una dose di Paura e imprevedibilità corrispondente alla sua vita ed energia.
Nell’evoluzione dell’uomo maggiore è la paura fisica e maggiore è la spinta evoluzionistica e i margini di miglioramento raggiungibili.

Pensiamo agli uomini preistorici e agli incredibili rischi che correvano ogni giorno quando si svegliavano nella continua lotta uomo – natura, completamente sottomessi.
L’evoluzione ha invertito i ruoli e dopo millenni l’uomo ha definitivamente sottomesso la natura e oggi s’interroga su come fermare il suo progresso cercando di, non solo di dominarla, ma addirittura di annientarla.

In questo senso potremmo considerare l’ideale di un perfetto mondo globale, sicuro, uniforme come un declino ed una fine della vita stessa.

Quale paura fisica può correre un cittadino al quale viene offerto come diritto acquisito ogni bene di prima necessità, un lavoro, una casa e un mezzo di trasporto ?
Il comunismo è un esempio lampante di come questa ricerca ed eliminazione della paura fisica dal contesto esistenziale abbia portato ad un rapido declino durato solo qualche sanguinoso decennio.
In questo caso è necessario notare però come la riduzione della paura fisica nell’evoluzione dell’uomo abbia portato ad un progressivo incremento delle sue paure psicologiche.

L’uomo moderno nel sistema capitalista neoliberista è sotto costante pressione e timore psicologico di non essere abbastanza performante e all’altezza di standard irraggiungibili che vengono presentati come la media sotto la quale sia plausibile considerare la propria vita un fallimento.

Se abbiamo notato che la dimensione della paura fisica in una determinata area o civiltà è stata ed è un ottimo indicatore dei margini di progresso, possiamo fare lo stesso con la paura psicologica?
E’ possibile affermare come una società che impone sugli individui un’incredibile pressione verso il successo e la vittoria, in totale antitesi con il naturale corso della vita destinata alla morte e quindi al fallimento, abbia importanti margini di progresso così come le civiltà dove la paura fisica è altrettanto grande?

La paura psicologia o sociologica è oggi abitualmente contrapposta alla sicurezza in quella che appare un’antinomia scontata. Negativa la paura, positiva la sicurezza.

In realtà anche senza necessariamente seguire un’angolazione teorica psicoanalitica risulta chiaro come, se per la paura fisica il suo contrapposto di sicurezza rappresenta l’esatto, per la paura sociologica la sicurezza può non essere tale.
Anzi, è possibile che il persistere della paura sociale continui o si accentui anche con il raggiungimento della tanto agognata sicurezza. I deliri, le fobie e le patologie dei ricchi e reali descritte nella mitologia, in letteratura e spesso nella cronaca odierna non sono altro che una conferma.

Nel libro, avidamente letto tra gli altri da Mussolini e Hitler, The Crowd: A study of the popular mind di Gustave Le Bon del 1895 vengono ritratte le caratteristiche attribuibili alla “Folla”.

Impulsività, incapacità di ragionare, assenza di spirito critico, esagerazione dei sentimenti.
Queste caratteristiche sembrano calzare a pennello per la descrizione non di una “folla” ma di un “fòlle” dal latino follis “testa vuota”.  Quando quindi un individuo perde la capacità di senso critico e si amalgama a quella della “folla” si trasforma in un pazzo.

Non a caso Kierkegaard era solito dire come: “Maggiore è il numero di persone che crede in qualcosa e maggiore sarà la probabilità che sia sbagliato. Colui che ha ragione, spesso, deve stare in piedi da solo”.

La globalizzazione e la spinta uniformante ci stanno quindi trasformando in una grande folla continuamente connessa.  Nella sua psicoanalisi della società contemporanea Erich Fromm parla di una società intera psichicamente ammalata contrapponendosi alle posizioni del relativismo sociologico condivise dalla maggior parte dei sociologi contemporanei.

Questi presuppongono che una società non possa che essere “normale” (termine coniato dal pensatore radicale progressista Inglese Jeremy Bentham) in quanto funzionante, e che la patologia possa essere definita soltanto nei termini di un mancato adattamento individuale a questo tipo di vita proprio di tale società.
Secondo quanto pensavano i principali esponenti della scuola di Francoforte la società moderna, contemporanea portava al suo interno il seme della follia, che nella sua forma più atavica prende il nome di paura.
La paura quindi non è un male esclusivo del nostro tempo ma bensì di tutti i tempi e di tutte le vite. Ciò che differisce è la reazione degli uomini, la loro organizzazione e le loro risposte nel cercare di arginare queste paura, in principio quelle fisiche contrapponendole alla sicurezza fisica, in seguito quelle esclusivamente psicologiche per le quali però sembra non esistere una semplice soluzione. Il progresso alimentato dai timori sociologici è forse e per certi versi più grande di quello alimentato dai timori fisici.

L’uomo moderno in costante lotta con i suoi demoni sociali, mai solo ma sempre connesso ha forse ancora più occasione di evolversi e migliorare la propria condizione psichica.
Come per i timori fisici la Darwiniana frase “Survival of the fittest” è applicabile anche ai timori sociali, psicologici che vengono imposti su di noi.
Solo chi è più velocemente in grado di adattarsi al cambiamento di pressione psicologica sopravvive e questo non necessariamente coincide con il più forte o il più intelligente.
Le persone non sono in grado di pensare lucidamente quando hanno timore. Numerosi studi fisiologici come quelli di Joseph Ledoux “the emotional brain, fear and amygdala” del 2003 o “Fear conditioning can contribute to behavioral changes observed in repeated stress model” del 2012 hanno dimostrato come la paura sia nemica della ragione. Distorce le percezioni ed emozioni guidandoci verso mediocri decisioni.
Nel corso degli ultimi decenni molti aspetti della nostra società si sono trasformati in abili comunicatori e fabbricatori di messaggi e informazioni mirati a suscitare in noi risposte dettate dalla paura.

I social media e l’informazione di massa sembrano costantemente ricordarci come sia il caso di essere preoccupati e di avere molta paura. L’incredibile campagna mediatica contro la “Guerra al terrore” post 2001 che da ormai quindici anni invade e pervade tutti gli schermi delle tv occidentali ne è un chiaro esempio.

Le televisioni e i film sono stracolmi di violenza e omicidi in numero estremamente maggiore rispetto a quanto non avvenga nella realtà. L’escalation e militarizzazione della polizia contribuisce a rendere la percezione di questo terrore mediatico sempre più reale. Come citato dal libro di Barry Glassner “Culture of fear” oggi viviamo immersi in quella che è una vera e propria “cultura della paura” spesso indirizzati però verso i timori sbagliati.
La sensazione è quella di vivere una società dominata da una distruttiva e crescente preoccupazione della paura. Questa fabbrica della paura alimenta violenza, malattie mentali, traumi, disintegrazione sociale.
La paura pervasiva sembrerebbe essere l’agente necessario a preparare il percorso per una società autoritaria con sempre maggiore potere di polizia, oppressione codificata legalizzata e invasione della privacy come in una distopia a metà strada tra Orwell e Aldous Huxley.

E’ realmente così o la cultura della paura non è altro che una profezia auto alimentata dai desideri dei cittadini che chiedono di non avere più paura?

Non è forse vero che se esistesse un programma politico in grado di garantire la sicurezza fisica, economica e sociale per tutti i cittadini questo rappresenterebbe il più grande successo di sempre?
Allora se è vero che le persone sono disposte a tutto pur di ridurre le loro paure, queste vengono fabbricate dall'alto e fatte cadere sulla base? O nascono dalla base e vengono amplificate e riconsegnate dall'alto successivamente?
Le vulnerabilità di massa vengono certamente abilmente sfruttate e cavalcate dei politici e dai media ma queste sono pre-esistenti a qualsiasi invenzione o fabbricazione.
Queste vulnerabilità sono i sintomi della paura congenita ed imprescindibile dalla vita stessa. Se parliamo del mondo occidentale pensiamo in particolare alla nazione di rifermento dell’impero moderno, gli USA ed in particolare all'instabilità finanziaria.

Nel paese della libertà dove tutto sembra essere apparentemente possibile, dove la riflessione di Ludwig Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” è stata trasformata da Walt Disney e Hollywood in “Se puoi sognarlo, puoi farlo” circa 45 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, uno su cinque riceve medicamenti relativi ad una patologia mentale con un incremento del 22% dal 2001 al 2010 tra gli uomini e del 30% tra le donne nello stesso periodo.
Secondo l’Anxiety Center circa 40 milioni di persone verranno indebolite e potranno cadere vittime di abusi e dipendenze a causa dell’ansia.

La paura è senza dubbio la più grande forza esistente in questa società proprio perché non viene fabbricata esternamente come una droga o un’arma, la paura è dentro di noi.
La paura siamo noi.
Nell più profondo linguaggio globale.

LA PAURA E IL POTERE

La cultura della paura quindi è ai massimi livelli nel paese paradossalmente più sicuro al mondo. Hitchcock diceva che si possono guardare i suoi film e restare terrorizzati ma appena finita la pellicola si tornava alla realtà. Oggi la realtà è stata trasformata in un horror movie dal quale non si può uscire a fine proiezione.
La paura come strumento per controllare ed elevare la nostra posizione attraverso la nostra immaginazione, come Seneca diceva “Soffriamo più spesso nell'immaginazione che nella realtà”. La paura come narrativa e potere, come diceva Edmund Burke “Nessuna passione riesce a spogliare la mente di tutto il suo potere di agire e ragionare come la paura”. Una popolazione timorosa è certamente una popolazione più facile da manipolare.
Henri Frankfort, Egittologo e orientalista Olandese, riconosceva come ci fossero forze in Egitto che cercavano di mantenere vive determinate psicosi per unificare gli scopi della nazione, vi erano pericoli che si potevano invocare per unificare la comunità, in quanto l’unità è sempre un vantaggio per un potere centralizzato. Instaurare il terrore in una popolazione e autoproclamarsi detentori delle soluzioni necessarie a scongiurare la tragedia è un po’ come avvelenare qualcuno tranquillizzandolo di avere l’antidoto.
Il giornalista Americano Henry Louis Mencken scriveva già negli anni ’30 come l’obbiettivo della politica pratica non fosse altro che mantenere la popolazione allarmata con infinite minacce per lo più immaginarie.
John Adams, uno dei padri fondatori degli Usa disse “La paura è il fondamento della maggior parte dei governi”. Il miglior modo per alimentare la paura è quello di utilizzare dei “False Flag” e delle “Ripetizioni”.
I false flag sono tattiche segrete condotte in operazioni militari o di spionaggio progettate per apparire come attuate da altri enti od organizzazioni.
“Non sarebbe impossibile provare, con la dovuta ripetizione e comprensione psicologica delle persone coinvolte che un quadrato è in realtà un cerchio. Queste sono solo parole e alle parole è possibile dare la forma che si preferisce” Joseph Goebbels
“Chi è in grado di farti credere assurdità, è in grado di farti commettere atrocità” diceva Voltaire
Secondo la spiritualità orientale, la società occidentale è così ossessionata dalla paura perché disperatamente alla ricerca continua del piacere. Intendono quindi il piacere come l’altra faccia della medaglia, ed essendo il raggiungimento della felicità impossibile attraverso la mera soddisfazione del piacere, non ci resta che la paura.
E’ la ricerca del piacere che ci conduce verso la paura, ma non è la ricerca stessa un piacere?
Il pessimismo culturale che associa la paura come indotto strumento principe del potere è la stessa che considera una società, vittima di questo ricatto, in decadenza irreversibile. In attesa di una rivoluzione che come una grande pioggia possa lavare via i nostri peccati e permetterci un nuovo inizio. 

Da Herbert Marcuse a Denise de Rougemont, che confidava al suo diario come Hitler e il Bolscevismo non fossero il vero nemico ma solo dei prodotti nati in risposta alla minaccia rappresentata dal pensiero liberale, i rivoluzionari legano la paura e il potere ad un vincolo indissolubile e soprattutto estremamente conscio e lucido.
Parlando in particolare del nostro paese e dell’Europa non si può fare a meno di notare come i mentori  dell’unione fossero dei pessimisti culturali e abbiano utilizzato come fondamento principale della loro architettura burocratica la paura.
Al livello base, la paura che lo sterminio della seconda guerra mondiale sarebbe potuto ripetersi.
Dietro le quinte, ad un livello intellettualmente e ideologicamente superiore, la figura di Nitzsche dell’ultimo uomo.

Intellettuali come l’emigrato russo Alexandre Kojève nei primi anni trenta tenevano seminari alla Sorbonne che presentavano la storia universale di Hegel come un progresso che si ad diceva perfettamente alla disillusione Francese post-Verdun.
Tra i suoi studenti erano presenti Raymond Aron, Maurice Merleau-Ponty, George Bataille, Jacques Lacan e André Breton.
Il capitalismo occidentale e le sue istituzioni democratiche avevano vinto sulle possibili alternative. Una rivoluzione Marxista per dare giustizia agli oppressi non era più possibile (così come imparò il Marxismo Tedesco del 1919 con Rosa Luxemburg) e forse nemmeno desiderabile. La società industriale moderna avrebbe invece spinti le persone verso una maggiore libertà, tutti si sarebbero alla fine imborghesiti e tutti si sarebbero felicemente uniformati in una cultura sempre più omogenea alla “fine della storia”. Il concetto di “fine della storia” sarà poi ripreso dal saggio di Fukuyama “The end of History ?” del 1989 l’annno della caduta del muro di Berlino pubblicato sul The National Interest.
Fin qui tutto bene, se non fosse che la figura dell’uomo moderno, alla fine della storia, non era proprio rappresentato dal prodotto umano che Hegel o gli altri liberali progressisti suoi eredi avevano immaginato.
L’uomo moderno di Kojéve era già l’ultimo uomo di Nietzsche. Apatico, scialbo, senza vita. Conformista senza alcuna speranza aveva abbandonato ogni speranza di se stesso, della sua personalità e vitalità al suo io sociale. Rinunciando alla sua capacità di amare e odiare, di creare e distruggere. Alla fine della storia, Kojéve aveva previsto che tutto il mondo sarebbe diventato come l’America, una visione tetra per gli intellettuali Franco Tedeschi dell’epoca. La sua risposta è stata l’Unione Europea, una Unione a metà strada tra la burocrazia, centralizzazione e controllo Sovietico (nella UE anche le misure delle banane e dei fagioli devono essere regolamentate) e il liberismo economico Statunitense.
Per metterla come canterebbe Hannah Montana, ha cercato “the best of both worlds”.
Se potesse vedere il risultato della sua utopia oggi, si renderebbe forse conto che un’Unione creata dalla paura e dal pessimismo non nasce con i migliori presupposti, soprattutto se sogna di poter risolvere ogni fobia, garantendo quell’ideale di sicurezza fisica e psichica che coincide con la sua stessa illusione.
Funziona molto meglio il buon vecchio ideale della Terra Promessa di Stati Uniti ed Israele.
Kojéve enfatizzava anche la necessità della rivolta e dello spargimento di sangue non come parte di una lotta evolutiva Darwiniana per la sopravvivenza ma come un sottostante della natura vitale dell’uomo. Kojéve proclamava (come Bergson) che la storia è un campio d’azione e non di contemplazione.
Ennesima conferma che la nascita di un ultimo uomo inerte e compiacente-mente borghese segnava la fine della storia.
Ma la storia non finisce, e nonostante la paura alla base di ogni movimento essa continua nella sua ricerca del piacere.
Nella sua ricerca dell’eliminazione della paura.
Maggiore è l’impegno di una società verso la soppressione totale della paura e maggiore sarà il danno che creerà, ovviamente in buona fede, d’altra parte sappiamo come l’inferno sia stracolmo di buone intenzioni.
L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura, è la paura stessa diceva Roosvelt, e non c’è dubbio che l’uomo debba e riesca a trasformare quel terrore paralizzante in evoluzione e progresso.
La società dei rischi, nel culto della paura, dove il mondo sembra un luogo invivibile ed inospitale, dove le famiglie chiudono le porte, dicono le preghiere e lo stesso non riescono a dormire, è in realtà più sicuro che mai.

Se una minaccia reale come un attacco o un assalto unisce e forma i popoli, pensate a come la guerra dei cent’anni abbia contribuito alla creazione di Francia e Inghilterra, minacce psicologiche veicolate per trarre un profitto (nessun prodotto avrebbe maggiore successo di quello, senza il quale, saremmo fisicamente ed irreversibilmente in pericolo) dividono la società, l’allontanano avvicinandola e chiudendola dietro uno schermo dal quale è possibile filtrare e distorcere ogni messaggio.
Se prima provavamo una paura congiunta oggi proviamo una paura più individuale ma questo solo perché, cercando la fine della paura non possiamo evitare di riconoscere come la paura possa nascondersi in tutti gli altri, fino a noi stessi.
Ma questo non accade perché qualche oscuro padrone dell’universo ci sta manipolando, tutto questo accade perché noi vogliamo sia così, perché noi abbiamo paura.
Vogliamo sapere che la paura è al di là dello schermo mentre noi siamo al sicuro.
Vogliamo provare il piacere di avere paura.
Il Dasein dell’uomo e la natura grezza di Heidegger hanno ispirato l’Esistenzialismo di Sartre per cui l’uomo incontra ostacoli solo nel campo della sua libertà e le uniche restrizione sono quelle che permette agli altri d’imporre sulla sua vera natura, negando la sua esistenza e vivendo così nella “malafede” nella “menzogna”.

La vita e le relazioni tra gli uomini sono quindi “assurde”, la malafede è come per la repressione di Freud la base della civiltà moderna. L’uomo è condannato ad essere libero, condannato ad essere solo e le restrizioni che si lascia imporre sono l’unica via di fuga dall'ansia della libertà, fingere di non essere libero. Il cittadino della classe medio borghese che Sartre prende a modello è un finto artista che finge di essere quello che non è, per il bene degli altri. La vita con gli altri nella società moderna è quindi una forma di auto immolazione, l’inferno sono gli altri. Ma poi un bel giorno una serie di perché iniziano ad affiorare e allora l’individuo potrebbe anche alzare la testa e spezzare le catene che ha lasciato mettessero su di se per essere accettato nella società civile. Qui arriviamo a Camus e l’uomo in Rivolta, l’uomo nuovamente e pienamente ingaggiato nei destini del mondo e della sua esistenza.
Ad ogni modo queste teorie hanno una grande debolezza strutturale alla loro base.
Se è vero che tutte le relazioni sono false e in malafede e l’uomo per essere libero deve ribellarsi, da dove arrivano i nuovi scopi e i nuovi significati dell’esistenza?

Chi si lamenta di essere manipolato, di voler esser quello che vede, di sognare quello che li viene imposto di sognare e conseguentemente sopprimere i propri sogni nell'auto immolazione civile tra “gli altri” quale alternativa ha?
Liberarsi dalla “malafede”, tornare liberi e poi? In nome di quale nuovo significato può trovare la forza di liberarsi? Come può riconoscere la sua autenticità?
E poi resta la paura più grande, non solo quella della libertà ma quella della natura umana che non sa, oltre all'atavico istinto di sopravvivenza, che cosa vuole essere, chi vuole essere.
Quindi non resta che la ricerca del piacere illusorio ottenibile solamente con il suo alter ego, la paura.
I calcoli errati delle nostre paure indotte sono incredibili, quando i nostri istinti ci sconsigliano di fare giocare i bambini all'aperto senza essere controllati, noi non pensiamo che i rischi della vita sedentaria a cui li stiamo condannando superano di gran lunga quelli di un rapimento.
Nel 1993 negli Usa esistevano solo alcune dozzine di antibatterici, nel 2007 il numero era salito ad oltre 9.000 con circa 2700 nuovi articoli introdotti all'anno. E non importa che studi scientifici abbiano constatato come il sapone antibatterico non sia maggiormente efficace di una normale saponetta. Le vendite di prodotti antibatterici hanno superato il miliardo di dollari e in aumento. Se non sei terrorizzato dai germi è quindi perché non hai guardato abbastanza TV.
Anche in questo esempio non è l’industria globale che sfrutta e crea una paura immaginaria. Siamo noi consumatori a voler essere sempre più sicuri, poter provare sempre più piacere e sempre meno paura, siamo noi consumatori a chiedere che l’industria ci racconti delle menzogne per potervi credere e illuderci di vivere psicologicamente più sereni.
Il Marketing non si muove altro che lungo questa linea immaginaria che vede prodotti sempre più sicuri, efficienti e preformanti. In qualunque declinazione di aggettivi essi possano dirigersi, da ecologico a status symbol.
Tutte le ideologie, i regimi politici e le strutture sociali nella storia dell’uomo sono guidate dalla paura.

La produzione di potere e la manifestazione del potere stesso non sono altro che riduzioni di paura effettive o presunte.
La produzione di verità è in antitesi con la produzione di potere.
La vita è un viaggio con un ritorno senza inizio.
Il controllo sociale e la distruzione cosciente del concetto di privacy, non quindi imposta da terzi ma implementata più o meno coscientemente da noi stessi servono a ridurre illusoriamente la paura.
L’apatia della vita sociale moderna si riassume nella masturbazione solitaria della vita dietro ad uno schermo.
Sulla definizione di libertà dovrebbe essere la scienza empirica a fornire le basi per una spiegazione biologica, i risultati comunque non soddisfarebbero mai le intuizioni dei filosofi.
I tentativi dell’uomo di convivere con la paura sono antichi come l’umanità. Ad ogni modo, liberarsi della paura interamente è stato provato essere impossibile e innaturale. La ricerca attiva della sicurezza come antitesi alla paura è una componente basica dell’uomo come individuo. Le forze utilizzate per contrastare la paura sono il coraggio, la fiducia, la risoluzione, la forza, la speranza, l’umiltà, la fede e l’amore. Anche le religioni e la scienza aiutano a gestire la paura.
Da un punto di vista etimologico per i temi trattati qui sarebbe più sensato parlare di Ansia e non di Paura “Se ho paura ma non so di cosa, sto provando ansia, non paura”. In ogni caso non esiste un netto confine tra le definizioni legate a queste due parole. Analizzando il problema, liberarsi di una paura significa liberarsi delle cause che la generano, sempre che siano individuabili. Così liberarsi della paura di un nemico, significa liberarsi del nemico o della percezione che lo rende tale. Rimuovere la paura di ciò che non si conosce significa modificare quello stato in qualcosa di più familiare.
La soppressione e l’elusione di informazioni minacciose rappresentano una strategia di contenimento della paura.
Giddens nota che per la maggior parte della popolazione la vita nell'Europa medievale era per lo più pericolosa e corta (simile a molte condizioni che sperimentano i paesi poveri oggi). Non di meno è degno di nota il fatto che nel Medioevo il concetto di fattori di rischio era assente. Durante il 16° e 17° secolo il rischio era associato a quello di territori non mappati durante le esplorazioni marittime intorno al globo. Più tardi una connessione della paura venne fatta con il tempo, proprio come negli investimenti bancari dove il risultato di un potenziale investimento è un fattore decisivo per la scelta delle azioni conseguenti.
La nozione di rischio è quindi inseparabile dal concetto di probabilità e incertezza.
Il rischio presume una società che cerca attivamente di allontanarsi dal proprio passato e dalla propria realtà attraverso l’accrescimento di potenza e tecnica. Una delle caratteristiche principali della società moderna industriale.
Il punto cruciale della società industriale e finanziaria contemporanea è quello di essere capace di affrontare eventi non prevedibili attraverso un’attestazione e calcolo del rischio eventuale.
La novità è quella di anticipare uno stato che nel mondo ancora non esiste e di renderlo calcolabile.
Calcolare l’incalcolabile quindi.
Così l’origine del rischio cade nell'era moderna in una connessione con un paradigma di grado economico che è diventato il fondamento della struttura intellettuale per la maggior parte del mondo contemporaneo.

Da Padova dove abitava arriva a Lisbona.
Il terrore dei morti viventi, è il terrore del nostro tempo. 
Se ogni corpo martoriato potesse tornare e indicare chiaramente il proprio carnefice, l’altipiano di San Isidoro e il miracolo di Sant'Agostino racchiusi in una pittura di Goya. La vita oltre la morte. La morte oltre la vita.

Che folla bagnata dalla luce rossastra della sera, dalla luce rossastra del sangue, Armi e mercato, mercato e armi, le armi aprono i mercati, i mercati ci danno le armi, le armi proteggono i mercati, i mercati ci danno le armi.
Lo sguardo di chi è indeciso tra la volontà di potere e la volontà di verità.
Uno spazio immobile dentro le tue calze.
Una balconata e un panno verde portato da una giovane fanciulla sulle spalle di un vecchio.

Solo capricci.


Solo Fantasie.